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Le recensioni di Erica Zen e Maria Cristina

CHICAGO

Cast: Renée Zellweger, Catherine Zeta-Jones, Richard Gere, Queen Latifah, Lucy Liu, John C. Reilly, Taye Diggs
Produzione: Marty Richards, Harvey Weinstein
Distribuzione: Buena Vista
Sito ufficiale www.miramax.com/chicago
Durata: 2 h


Le nostre due aspiranti alla "Corona di celluloide" si confrontano stavolta su un film che ha già fatto incetta di "nominations" e che, a seconda delle previsioni di tutti, anche nella sera magica del 23 marzo si porterà a casa un congruo numero di statuette. Uno spettacolo indiscutibilmente sontuoso, che ciascuna delle due ci racconta e ci commenta … a modo suo.


Apre le ostilità Erica.

Capita a tutti, prima o poi, di dover fare i conti con generi non amati ma trovarsi alla fine a dovere ammettere: questo è un bel film. Eccezione che conferma la regola, dunque, particolarmente valida in questo caso per me, che non ho mai amato i musical, (con l'eccezione di Jesus Christ Superstar), tantomeno quelli di produzione yankee, ma che stavolta ho dovuto arrendermi all'evidenza e formulare un giudizio sostanzialmente positivo.

Questo film, che riprende l'idea di un musical anni '20, si rivela tutto fuorché prevedibile, impreziosito dalle impeccabili scenografie stile Brodway, disseminato di piccoli e grandi talenti, è uno spettacolo tutto da godere che mi ha solleticato sotto la gola come se fossi una micia: forse l'esempio non è dei più calzanti, ma credo che renda con accettabile approssimazione l'idea sul tipo di sollecitazione costante e sorniona che lo spettatore si trova a ricevere assistendo a Chicago.

La noia è un nemico arrestato nel vestibolo, prima ancora che possa entrare nella sala cinematografica, perché gli effetti scenici sono tali da risucchiare l'attenzione dello spettatore al primo accenno di distrazione, e riagganciarlo allo schermo, felice e incantato come un bebè.

Il film, già nominato per svariati Oscar, apripista al Festival di Berlino, vincitore di 3 Golden Globes, vanta la regia di Rob Marshall, conosciutissimo a Brodway per i suoi allestimenti teatrali, capace di imporre un taglio visivo fortemente spettacolare al lungometraggio, e la partecipazione di un trio d'eccezione, Richard Gere - Catherine Zeta Jones - Renèe Zellweger. L'incisiva presenza di riconosciute star del Jazz come Queen Latifah e Christine Baranski rafforza il tono spettacolare e celebrativo dell'opera verso questo eccezionale genere musicale, che tanto successo conobbe nell'america degli anni '20.

Stupisce davvero la Zeta Jones nel conturbante ruolo di una ballerina e cantante assassina, che si propone nelle prime scene del film in una versione sensuale e roca di "All that jazz", in un turbinio di giarrettiere, ciglia e carrè scuro. Altra autentica rivelazione la bionda Reneè Zellweger, brava nel ballo e nel canto quanto e più della sua controparte dalla chioma scura, ma capace di una mimica decisamente singolare, in grado di fare suggestivamente il verso nientemeno che a Marylin Monroe.

Sorpresa del tutto inaspettata e gradita soprattutto alle signore anche il tip tap di Richard Gere, e i suoi motteggi alla Gene Kelly. Ma veniamo alla trama: Velma Kelly (C. Zeta Jones) è una grande star del palcoscenico, fino a quando non viene arrestata per il duplice omicidio della sorella e del marito, amanti; la stessa notte, un'ex ballerina adultera senza prospettive di carriera, Roxie Hart (R. Zellweger), uccide l'uomo che l'ha sedotta e bidonata, e si ritrova a per tu, dietro le sbarre, con l'icona del jazz di Chicago, appunto la bellissima Velma.

Le due arroventano subito il già claustrofobico ambiente carcerario in una cieca invidia molto femminile, ma intanto, entrambe, ambiscono a riottenere la libertà perduta: per questo si affidano a Mama (Queen Latifah, protagonista di uno dei pezzi più esplosivi e ben riusciti della pellicola) la grassa secondina ammiccante, per avere come difensore il mellifluo e tronfio principe del Foro, Billy Flynn (R. Gere). Mosso dal denaro, e dalla voglia di stupire, l'intraprendente avvocato accetterà di difendere le due assassine, cui insegnerà in fretta a manipolare stampa e giuria, nel segno del più bieco cinismo. Ogni aspetto delle loro vite sarà spettacolarizzato all'inverosimile, e l'inquieta e piccante Roxie Hart godrà di una fama inaspettata, fino a rubare con la sua arietta da finta peccatrice redenta la scena nientemeno che a Velma Kelly. Ma il "sangue fresco", come dice Flynn, è ciò che più infiamma l'opinione pubblica, e, una volta assolte felicemente, entrambe saranno rimpiazzate nei titoloni dei giornali da altri nomi e altri casi più cruenti.

Tuttavia, le due amiche-nemiche riescono a trionfare su tutto e tutti esibendosi in un duetto mozzafiato, pur essendo veramente due assassine e, nel caso di Roxie, essendo arrivate alla ribalta grazie ad un crimine. Pare che l'intreccio sia stato elaborato da un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1924, e che il lungometraggio tragga ispirazione da un'opera del 42, in cui Ginger Rogers interpretava Roxie. (Condannatemi, se vi riesce).

Il serpeggiante cinismo del musical è stemperato da briose paillettes, tango e tip tap, per fluidificare in un motto che suona come "Tutto è spettacolo", sacrosanta verità che, con o senza Brodway, ci è piuttosto lampante nella vita di tutti i giorni.

Lo spettatore esce dal cinema alquanto stordito dai colori sgargianti e dalle musiche, con una gran voglia di cimentarsi nel tip tap di Gere su una lussuosa decappottabile d'epoca, e realizzando che anche la vita è un eterno spettacolo, e che per ognuno prima o poi si accenderanno le luci della ribalta.

L'ironia bruciante di Marshall è proprio questa: immaginare, con velato disincanto, la vita come un circo in cui tutti, a turno, volenti o nolenti, si esibiscono per il plauso o la condanna, non importa, ma con lo scopo principale di mettersi comunque in mostra.

Esilarante, ironico, ben confezionato nella regia, fotografia, sceneggiatura, con un cast notevole, Chicago si propone orgogliosamente come un valido musical, nel solco di tutta la tradizione dei Gene Kelly, delle Marilyn Monroe, delle Ginger Rogers e dei Fred Astaire.


Ma vediamo cosa ne pensa Maria Cristina.

Ecco un film che è una esplosione di colori, musica, canzoni, scintillanti coreografie, emozioni ben dosate, ottima regia … vi sembra abbastanza?

No, non ancora.

C'è anche una deliziosa ciliegina sulla torta, costituita da un'eccellente interpretazione corale: ogni attore sembra avere indossato con perfetta aderenza la maschera del proprio personaggio. La stessa identica sensazione che aveva provocato in me l'anno scorso, quando vidi Moulin Rouge, altro splendido musical.

Genere di spettacolo che ho sempre adorato, fin dal primo film di questo tipo al quale mi capitò di assistere quando ero ancora una ragazzina, un bianco e nero degli anni trenta completo di tip tap, lacrimosa storia d'amore e tutto il resto, che mi conquistò facendomi venire voglia di ballare e di sognare storie romantiche, e siparietti musicali. Chicago poi possiede una marcia in più. Ti siedi ed ecco che si presenta Velma, un'affascinante e sensualissima Catherine Zeta Jones, sorprendente ballerina, una donna con l'orgoglio e la grinta della donna che ha raggiunto la cima e intende rimanerci, una che non perdona i tradimenti.

Un assolo che esplode sul palco del locale in cui lavora e sullo schermo del cinema in cui è seduto lo spettatore, che ignora che quella donna splendida ha appena ucciso la sorella (e compagna di ballo) e il marito, che se la spassavano alle sue spalle.

L'adrenalina dell'omicidio appena commesso rende il suo numero ancor più coinvolgente, e mentre la polizia si presenta per arrestarla ecco che entra in scena Roxie (René Zellweger), che si presenta come un'ingenua figlia del popolo, con l'unico desiderio di agguantare il successo, e di essere illuminata dalle luci della ribalta, così com'è già riuscita a fare il suo punto di riferimento Velma.

Si macchia anche lei di un delitto passionale, uccidendo in camera da letto l'amante che l'ha illusa con false promesse solo per portarsela a letto. Due donne, due ballerine, due assassine … alla fine dei conti due galeotte.

" Ma che cavolo di musical è mai questo? " è la domanda che sorge spontanea. Un grande film, vi rispondo, che riprende degnamente un musical famoso presentato in teatro nell'ormai lontano 1975 da Bob Fosse, Fred Ebb e John Kander. Spettacolo in genuino Brodway Style che si rifaceva a un vero episodio di cronaca degli anni 20, lo so non vi sto dicendo niente di nuovo, ma mi sembra giusto ricordarlo ai più distratti, anche per ragionare insieme su come anche un evento drammatico e sgradevole come un omicidio possa trasformarsi nello spunto per inquadrare la realtà sociale dell'epoca e paragonarla con quella corrente, dove nulla è cambiato, dal momento che l'essenziale è apparire, a qualsiasi costo.

Non sono importanti i valori, i talenti, il buon gusto o altro, no quello che conta è solo la fama, l'esserci a discapito di tutto. E la regia di tutto questo è esclusivo appannaggio del pubblico, della gente, di tutti noi, insomma, con la nostra curiosità spesso malsana, e la capacità dei mass media di amalgamare (e manipolare!) realtà e fantasia fino a ottenere un prodotto perfetto. All'inizio vi ho parlato di un'ottima interpretazione corale. Considerazione valida più che mai anche per i personaggi minori: volti anonimi nella vita normale, mentre le "stelle" si esibiscono, ma quando le luci dei riflettori si puntano su di loro..... eccoli prendere vita e diventare quello che loro sentono di essere dentro o che vorrebbero essere nei loro sogni. Parlo del marito di Roxie, tanto per fare un esempio, uomo umile, mite e forse anche un po' "credulone", che però acquista istantaneamente spessore e vita nel suo momento di splendore musicale. Così come resterà scolpita nella memoria la esuberante (in ogni senso) secondina Mama.

E poi c'è lui, signore mie, il fascinoso avvocato delle cause impossibili ("Se Gesù avesse avuto 5000 $ e fosse vissuto a Chicago ai giorni nostri le cose sarebbero andate diversamente …" è il suo biglietto da visita) … Sto parlando dell'inossidabile Richard Gere, naturalmente, che si rivela, oltre che bello come sempre, ottimo cantante e ballerino, fino allo spogliarello finale alla Full Monthy, con un "Oh" generale in sala, tutto al femminile.

Ci sarebbero ancora 1000 cose da dire di questo magnifico film, ma voglio chiudere segnalandovi il prezioso cammeo del numero in cui René e Catherine si esibiscono nel primo tempo, in carcere insieme alle altre detenute: un pezzo da antologia di singolare suggestione, che lascia scorrere un brivido sulla pelle.

Insomma, cosa aspettate ancora? Andatelo a vedere!

 

Maria Cristina e Erica Zen



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