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<< LETTI PER VOI: IL SALTO DI SAFFO >>
recensione di
Alessandra Giordano


di Erica Jong
Editore: Bompiani
Collana: Narratori stranieri Bompiani
Anno: 2003
Prezzo € 13,60 - 389 pagine

Pare che nella stesura di questo romanzo, l’ormai sessantenne Erica Jong, paladina della scopata senza cerniera sui treni e forse voce di un’epoca pseudo-femminista d’oltreoceano, sia passata tra le righe di Henry Miller e Bukoskj (non ricordo mai come si scriva), ne abbia accolto le loro espressioni più spinte e volgari senza però comprenderne la rabbia di fondo. Ci si trova così davanti a una borghese che si sente trasgressiva o, per usare un’espressione a lei cara, a una signora che vuol fare la puttana.

Comunque sia questo è il suo modo di scrivere, provocatorio, ma con moderazione, che può piacere o meno, ma che all’autrice consente certamente di arricchirsi.

Quello però che proprio non mi va giù è la dimostrata ignoranza sulla storia, sulla letteratura e sull’arte greca.

Nella postfazione la scrittrice dichiara:

“Più leggevo, e più mi rendevo conto che i fatti certi della vita di Saffo erano pochissimi. Per uno storico questo è un ostacolo, per un romanziere una benedizione.”

Erica Jong ignora che, se la vita della grande poetessa è un leggendario mistero, la storia greca non lo è: uno dei  pochi dati certi che si conoscano di Saffo è infatti la data di nascita (640 a.C). Da questo non trascurabile particolare discende che la poetessa ha visto la luce ed ha trascorso l’infanzia sotto il dominio monarchico, attenzione, non tirannico, dei Pentilidi.

Con grande libertà artistica (!?) la Jong rende la madre di Saffo concubina di Pittaco:

“ Morto mio padre, mia madre si attaccò a Pittaco il tiranno come a una zattera di salvataggio, e lui compiacente la fece galleggiare

Al di là dell’espressione esteticamente brutta, il suddetto “salvagente” Pittaco è divenuto tiranno soltanto nel 590 a. C., cioè quando Saffo entrava nel cinquantesimo anno.

Dopo di che pagina per pagina, gli errori vanno in crescendo:

Alceo pareva il dio del sole - un’aureola di capelli biondi, bionda la barba e i peli sul petto… ”

In questo passo Saffo ha quattordici anni contro i venticinque di Alceo 25. Nella realtà storica, invece, Alceo nasce nel 625 a.C.,  a questo punto viene il dubbio che forse la Jong ignori che gli anni prima di Cristo si contano in ordine decrescente o, ancora peggio, che i suoi pregiudizi borghesi non le consentano d’immaginare Saffo a letto con un amante più giovane.

Ma ecco un’altra perla:

“Alla fine i famigli vennero a spazzare i pavimenti di mosaico …”

 E’ vero,  a Mitilene ci sono dei mosaici, peccato che siano stati posti in opera nel III sec. A.C per immortalare alcune scene della commedia di Menandro, non già nel V sec. a.C …

ma si è già notato che per la Jong il III sec. a.C, viene prima del Va.C. .

Più avanti si legge la seguente affermazione:

“Mia madre era l’amante di un plebeo”

Be’ sì, nel 494 a.C. a Roma i plebei ricorsero alla secessione sull’Aventino, ma nel 600 le idee di plebe e di Roma erano ancora nell’Empireo.

In realtà ogni pagina di questa mal riuscita Odissea al femminile meriterebbe una tirata d’orecchio: a un certo punto dell’esile e scombinata trama la nostra eroina finisce nel mondo delle Amazzoni e lì riesce a spodestare la perfida Antiope, che l’aveva imprigionata affinché scrivesse un poema sulle sue guerriere (e mentre lei scrive il povero Esopo è costretto a ingravidare le Amazzoni), e a far trionfare una sorta di comunismo al femminile.

Dopo di che, non avendo evidentemente niente di meglio da fare, va a farsi un giretto nel mondo dei morti, più simile a quello di Dante che a quello di Omero, incontra i Centauri e alla fine …

Si imborghesisce, come fa al mattino una brava “signora” reduce dalla sua notte brava.

Non vado oltre, se togliamo a “Il salto di Saffo” anche un minimo di curiosità riguardo al finale della storia, di interessante rimane soltanto la qualità della carta.

Saffo non viene affatto descritta come una poetessa, ma come un’esibizionista  intellettualoide  innamorata di se stessa, un personaggio attraverso il quale emerge violento tutto l’ego dell’autrice, talmente posseduta da se stessa da non fermarsi neppure un istante a riflettere, cucendo assieme tutti i frammenti di tutte le poetesse greche, tutti i miti, tutto quanto!

Per di più le espressioni utilizzate nel descrivere i numerosi e vari accoppiamenti che disseminano il romanzo sono al tempo stesso ampollose, crude, rudi, tipicamente e spesso volgarmente maschili:

Volevo aprire le gambe

Succhiati questo “ (detto dalla schiava Prassinoa alla padrona Saffo)

Passò la lingua sul mio ombelico finché non traboccò di saliva

Gli si afflosciò

Tenemmo a posto le nostre avide manine ” (detto di due donne che si masturbano tutte le notti con un olisbos grande almeno tre volte il sesso del marito)

e infine,  frase neppure originale, ma presa spudoratamente in prestito dall’intenso, torrido e prolungato menage erotico tra Lady Chatterly e il suo Guardiacaccia, descritto con ben altra efficacia da D. H. Lawrence:

M’intrecciò violette nel pube”.

Piccolo ma eloquente campionario di termini da erotismo dozzinale, non più di un euro al chilo, che più che accendere le fantasie di un lettore o una lettrice forniti di normali impulsi carnali, potrebbe al massimo suscitare un vago interesse di uno dei discendenti e discepoli di mister Freud.

Una volta arrivati alla fine del romanzo, l’impressione che si prova è che l’autrice abbia cercato di guidare la poetessa in una sorta  di rituale dall’iniziazione alla maturazione; ma lo stile narrativo è lento, pesante, prolisso soprattutto nella parte centrale del testo.

 Se penso a Erica Jong come persona, e non come autrice (figura sulla quale mi sono dilungata forse più di quanto meritasse, almeno a giudicare da quest’ultima opera), mi viene in mente una di quelle vuote figure femminili dei film di Antonioni, chiusa nel suo splendido giardino e pronta a trasgredire per evadere la noia almeno per una … notte.

E’ inquietante sapere che i suoi romanzi vengono considerati dalla critica “fantastiche avventure con eroine straordinarie”.

È ancora più sconcertante (interessi di carattere economico-editoriale a parte) che un quotidiano come il Corriere della Sera lo abbia pubblicizzato e lanciato alla grande ben prima dell’uscita in libreria pubblicandone numerosi stralci sulle sue pagine della cultura.

Ma è un fatto accaduto ad agosto, e quella del 2003 in effetti è stata un’estate molto, molto calda.

E il caldo si sa, quando è troppo intenso può anche dare alla testa.

Per concludere mi sembra più doveroso che lecito interrogarsi su cosa davvero abbia inteso comunicare Erica con questo suo romanzo, e non è una domanda da facile risposta.

La immagino, ormai piuttosto avanti con gli anni (e questa più che un’ipotesi è una circostanza  ampiamente acclarata) mentre cerca di tirare le somme della propria vita: legge Saffo e la travisa, questo glielo si può anche concedere, la tentazione di vedere nelle antiche liriche greche poesie intimistiche è forte.

Solo che Saffo non era così.

Solo che Saffo non è Anne Sexton.

Saffo non grida il dolore ma compiace le corti.

Saffo è una donna, per questo la sua opera è straordinaria. È per di più una donna che scrive non essendo un’etera.

I suoi versi rispecchiano il gusto dell’epoca ma la sua lirica è incredibilmente dolce, lo si avverte in modo del tutto equivoco dalla musicalità dei versi, dolce, ma mai sfacciata.

Il ruolo di Saffo nel tiaso di Lesbo era pari a quello di una sacerdotessa, ella aveva un ruolo morale e religioso altamente pedagogico.

Purtroppo la Jong non è riuscita a cogliere questo spirito, spendendo quel “mestiere” che sarebbe difficile se non addirittura ingeneroso non riconoscerle, in un interessante romanzo che affondasse le radici nella condizione della donna greca.

Resta francamente il rimpianto per un’occasione persa, anche se a Erica non può essere attribuita per intero anche questa colpa. È nata in America, lei, e americana è e si rivela fino alle midolla, semplicemente uniformandosi a un deprecabile vezzo letterario (e cinematografico) tipicamente made in U.S.A.: quello di utilizzare gli antichi poeti della civiltà europea calandoli impropriamente in un contesto da secondo millennio, facendone uomini del 2000 travestiti da Greci, in una grande festa mascherata.

Se intendete anche voi partecipare a un party di questo genere (tutti i gusti son gusti!) allora correte a comprare e leggete il Salto di Saffo.


Alessandra Giordano



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