Pare che nella stesura di questo romanzo, l’ormai sessantenne Erica
Jong, paladina della scopata
senza cerniera sui treni e forse voce di un’epoca
pseudo-femminista d’oltreoceano, sia passata tra le righe
di Henry Miller e Bukoskj (non ricordo mai come si scriva),
ne abbia accolto le loro espressioni più spinte e volgari
senza però comprenderne la rabbia di fondo. Ci si trova
così davanti a una borghese che si sente trasgressiva
o, per usare un’espressione a lei cara, a una signora che vuol fare la puttana.
Comunque sia questo è il suo modo di scrivere, provocatorio, ma
con moderazione, che può piacere o meno, ma che all’autrice
consente certamente di arricchirsi.
Quello però che proprio non mi va giù è la dimostrata ignoranza
sulla storia, sulla letteratura e sull’arte greca.
Nella postfazione la scrittrice dichiara:
“Più leggevo, e più mi rendevo
conto che i fatti certi della vita di Saffo erano pochissimi.
Per uno storico questo è un ostacolo, per un romanziere
una benedizione.”
Erica Jong ignora che, se la vita della grande poetessa è un leggendario
mistero, la storia greca non lo è: uno dei pochi dati certi che si conoscano di Saffo
è infatti la data di nascita (640 a.C). Da questo non
trascurabile particolare discende che la poetessa ha visto
la luce ed ha trascorso l’infanzia sotto il dominio monarchico,
attenzione, non tirannico, dei Pentilidi.
Con grande libertà artistica (!?) la Jong rende la madre di Saffo
concubina di Pittaco:
“ Morto mio padre, mia madre
si attaccò a Pittaco il tiranno come a una zattera di
salvataggio, e lui compiacente la fece galleggiare”
Al di là dell’espressione esteticamente brutta, il suddetto “salvagente”
Pittaco è divenuto tiranno soltanto nel 590 a. C., cioè
quando Saffo entrava nel cinquantesimo anno.
Dopo di che pagina per pagina, gli errori vanno in crescendo:
“Alceo pareva il dio del
sole - un’aureola di capelli biondi, bionda la barba e
i peli sul petto… ”
In questo passo Saffo ha quattordici anni contro i venticinque
di Alceo 25. Nella realtà storica, invece, Alceo nasce
nel 625 a.C., a questo punto viene il dubbio che forse la
Jong ignori che gli anni prima di Cristo si contano in
ordine decrescente o, ancora peggio, che i suoi pregiudizi
borghesi non le consentano d’immaginare Saffo a letto
con un amante più giovane.
Ma ecco un’altra perla:
“Alla fine i famigli vennero a spazzare i pavimenti di mosaico
…”
E’ vero, a
Mitilene ci sono dei mosaici, peccato che siano stati
posti in opera nel III sec. A.C per immortalare alcune
scene della commedia di Menandro, non già nel V sec. a.C
…
ma si è già notato che per la Jong il III sec. a.C, viene prima
del Va.C. .
Più avanti si legge la seguente affermazione:
“Mia madre era l’amante di un plebeo”
Be’ sì, nel 494 a.C. a Roma i plebei ricorsero alla secessione
sull’Aventino, ma nel 600 le idee di plebe e di Roma erano
ancora nell’Empireo.
In realtà ogni pagina di questa mal riuscita Odissea al femminile
meriterebbe una tirata d’orecchio: a un certo punto dell’esile
e scombinata trama la nostra eroina finisce nel mondo
delle Amazzoni e lì riesce a spodestare la perfida Antiope,
che l’aveva imprigionata affinché scrivesse un poema sulle
sue guerriere (e mentre lei scrive il povero Esopo è costretto a ingravidare le Amazzoni), e a far trionfare una
sorta di comunismo al femminile.
Dopo di che, non avendo evidentemente niente di meglio da fare,
va a farsi un giretto nel mondo dei morti, più simile
a quello di Dante che a quello di Omero, incontra i Centauri
e alla fine …
Si imborghesisce, come fa al mattino una brava “signora” reduce
dalla sua notte brava.
Non vado oltre, se togliamo a “Il salto di Saffo” anche un minimo
di curiosità riguardo al finale della storia, di interessante
rimane soltanto la qualità della carta.
Saffo non viene affatto descritta come una poetessa, ma come un’esibizionista
intellettualoide innamorata di se stessa, un personaggio attraverso
il quale emerge violento tutto l’ego dell’autrice, talmente
posseduta da se stessa da non fermarsi neppure un istante
a riflettere, cucendo assieme tutti i frammenti di tutte
le poetesse greche, tutti i miti, tutto quanto!
Per di più le espressioni utilizzate nel descrivere i numerosi
e vari accoppiamenti che disseminano il romanzo sono al
tempo stesso ampollose, crude, rudi, tipicamente e spesso
volgarmente maschili:
“ Volevo aprire le gambe”
“ Succhiati questo “ (detto dalla schiava Prassinoa alla
padrona Saffo)
“ Passò la lingua sul mio ombelico finché non traboccò di saliva
”
“ Gli si afflosciò ”
“ Tenemmo a posto le nostre avide manine ” (detto di due
donne che si masturbano tutte le notti con un olisbos
grande almeno tre volte il sesso del marito)
e infine, frase neppure
originale, ma presa spudoratamente in prestito dall’intenso,
torrido e prolungato menage erotico tra Lady Chatterly
e il suo Guardiacaccia, descritto con ben altra efficacia
da D. H. Lawrence:
“ M’intrecciò violette
nel pube”.
Piccolo ma eloquente campionario
di termini da erotismo dozzinale, non più di un euro al
chilo, che più che accendere le fantasie di un lettore
o una lettrice forniti di normali impulsi carnali, potrebbe
al massimo suscitare un vago interesse di uno dei discendenti
e discepoli di mister Freud.
Una volta arrivati alla fine del
romanzo, l’impressione che si prova è che l’autrice abbia
cercato di guidare la poetessa in una sorta
di rituale dall’iniziazione alla maturazione; ma
lo stile narrativo è lento, pesante, prolisso soprattutto
nella parte centrale del testo.
Se penso a Erica Jong come persona, e non come
autrice (figura sulla quale mi sono dilungata forse più
di quanto meritasse, almeno a giudicare da quest’ultima
opera), mi viene in mente una di quelle vuote figure femminili
dei film di Antonioni, chiusa nel suo splendido giardino
e pronta a trasgredire per evadere la noia almeno per
una … notte.
E’ inquietante sapere che i suoi romanzi vengono considerati dalla
critica “fantastiche
avventure con eroine straordinarie”.
È ancora più sconcertante (interessi
di carattere economico-editoriale a parte) che un quotidiano
come il Corriere della Sera lo abbia pubblicizzato e lanciato
alla grande ben prima dell’uscita in libreria pubblicandone
numerosi stralci sulle sue pagine della cultura.
Ma è un fatto accaduto ad agosto, e
quella del 2003 in effetti è stata un’estate molto, molto
calda.
E il caldo si sa, quando è troppo
intenso può anche dare alla testa.
Per concludere mi sembra più doveroso
che lecito interrogarsi su cosa davvero abbia inteso comunicare
Erica con questo suo romanzo, e non è una domanda da facile
risposta.
La immagino, ormai piuttosto avanti
con gli anni (e questa più che un’ipotesi è una circostanza ampiamente acclarata) mentre cerca di tirare
le somme della propria vita: legge Saffo e la travisa,
questo glielo si può anche concedere, la tentazione di
vedere nelle antiche liriche greche poesie intimistiche
è forte.
Solo che Saffo non era così.
Solo che Saffo non è Anne Sexton.
Saffo non grida il dolore ma compiace
le corti.
Saffo è una donna, per questo la sua
opera è straordinaria. È per di più una donna che scrive
non essendo un’etera.
I suoi versi rispecchiano il gusto dell’epoca
ma la sua lirica è incredibilmente dolce, lo si avverte
in modo del tutto equivoco dalla musicalità dei versi,
dolce, ma mai sfacciata.
Il ruolo di Saffo nel tiaso di Lesbo era pari a quello di una sacerdotessa,
ella aveva un ruolo morale e religioso altamente pedagogico.
Purtroppo la Jong non è riuscita
a cogliere questo spirito, spendendo quel “mestiere” che
sarebbe difficile se non addirittura ingeneroso non riconoscerle,
in un interessante romanzo che affondasse le radici nella
condizione della donna greca.
Resta francamente il rimpianto
per un’occasione persa, anche se a Erica non può essere
attribuita per intero anche questa colpa. È nata in America,
lei, e americana è e si rivela fino alle midolla, semplicemente
uniformandosi a un deprecabile vezzo letterario (e cinematografico)
tipicamente made in U.S.A.: quello di
utilizzare gli antichi poeti della civiltà europea calandoli
impropriamente in un contesto da secondo millennio, facendone
uomini del 2000 travestiti da Greci, in una grande festa
mascherata.
Se intendete anche voi partecipare
a un party di questo genere (tutti i gusti son gusti!)
allora correte a comprare e leggete il Salto di Saffo.